ROMA SUONA: recensione de “Il tramonto dell’occidente”

Mario Venuti “Il tramonto dell’occidente” (Musica e Suoni rec)

Il 2014, per Mario Venuti, si conferma essere un anno molto impegnativo. Lo avevamo incontrato pochi mesi fa in compagnia dei Denovo, quando, sul palco del teatro Tirso, presentò al pubblico romano il ritorno sulle scene discografiche della band siciliana, la pubblicazione cioè di “Kamikaze boehmien”, disco di inediti riemerso da una cantina veneziana a 30 anni dall’esordio dei Denovo.

Lo ritroviamo oggi, in questo afoso settembre, in procinto di pubblicare il suo 7° disco di inediti (9° della sua produzione da solista).
A distanza di 2 anni dal precedente lavoro, “L’ultimo romantico”, e anticipato in radio dal primo singolo, “Ventre della città”, il 23 settembre è stato infatti pubblicato, per Musica&Suoni – Microclima, con distribuzione Believe Digital, “Il tramonto dell’occidente”.

Parlare di album, per questo nuovo lavoro del cantautore siciliano, è forse riduttivo e, non a caso, nel booklet del CD si parla di “progetto”. Fossimo negli anni ’70, lo avremmo definito un “concept album”, un lavoro che lo stesso Venuti definisce “una serie di canzoni che si muovono sull’onda lunga della crisi. Con possibili vie d’uscita”, un viaggio all’interno dell’uomo del 3° millennio, una riflessione sulla società moderna, lacerata da guerre, disastrata dall’economia e governata da persone meschine. Un viaggio che parte dal tramonto delle nostre vecchie illusioni ma che racchiude, proprio nei colori tenui e caldi dell’imbrunire, un filo di speranza, una speranza che è il vero filo conduttore dell’intero disco, una speranza che si fa largo tra pessimismo e catastrofismo e, nutrendosi di “stimoli per ripensare il nostro modo di vivere e i nostri valori” promette Venuti, ci guiderà verso “L’alba di una nuova consapevolezza” (e, difatti, la prima traccia dell’album si intitola “Il tramonto” e l’ultima “L’alba”).

Guardare sempre il lato positivo, quindi, cercarlo ovunque, nelle brutture delle nostre periferie, o nello squallore del panorama politico, trovare elementi propulsivi che possano ribaltare la situazione, è questa la filosofia del disco.

Un disco sicuramente diverso per Mario Venuti, che ci aveva abituato a canzoni che partivano sempre da elementi autobiografici, da esperienze personali, e che invece qui si confronta con tematiche più universali e affronta problemi concreti, non c’è traccia di romanticismo nei brani di questo lavoro, persino “l’ultimo romantico” si è arreso all’evidenza, e oggi ci canta della “fine della nostra civiltà”, ci racconta le “storie di Corviale, di Quarto Oggiaro, di Scampia, di Librino e Zen”, chiede aiuto a Sant’Agata, pregandola di dare “a ‘sta città ‘na ‘nticchia di la tò biddizza”, ci parla di amori sulle barricate.

Il progetto è stato interamente ideato, scritto e musicato da Mario Venuti insieme a Francesco Bianconi, frontman dei Baustelle, e Pippo Rinaldi, in arte Kaballà, ormai storico collaboratore di Venuti, e si compone di 11 tracce che, come già detto, hanno un filo comune di tipo filosofico, ma che musicalmente spaziano tra sonorità diverse spiazzando, brano dopo brano, l’ascoltatore. Un’esplosione di suoni, tra chitarre elettriche e divagazioni elettroniche, sonorità che, da una parte strizzano l’occhio a certa musica anni ’80, ma dall’altra trovano rifugio in sonorità arabeggianti e atmosfere siciliane.

Bianconi e Kaballà non si non limitati a scrivere, in alcuni brani prestano anche le loro voci (Bianconi si cimenta con il dialetto siciliano, risultando assolutamente credibile!), ma non sono i soli. L’album infatti, è impreziosito da altri ospiti illustri: Battiato, Alice, Giusy Ferreri e Nicolò Carnesi (una collaborazione, quest’ultima, fortemente voluta da Venuti, molto attento alla nuova generazione del panorama musicale italiano, nella quale confida per un rinascimento culturale e sociale del paese).

Un viaggio in 11 tracce, dicevamo, che inizia con due episodi dal sapore assolutamente elettronico, la già citata “Il tramonto”, una fotografia reale quanto impietosa del momento che stiamo vivendo, e “Ite missa est”, che inizia con il coro polifonico Doulce Momorie ma che, in un crescendo elettro-pop, prende in giro i catastrofisti. In questa seconda traccia c’è il primo ospite dell’album, Giusy Ferreri che incastra la sua voce con quella di Bianconi.

Cambio di registro per la terza traccia, “I capolavori di Beethoven”, una intensa ballad cantata a due voci insieme a Franco Battiato e che vuole essere un omaggio da parte dei due cantautori al grande musicista tedesco, che trasformò il suo handicap in uno stimolo a superare i propri limiti ed andare a cercare altre strade da percorrere.

La traccia 4 è un vero e proprio divertissement. “Un piccolo scherzo dadaista o figlio di chissà quale altra avanguardia passata e presente” lo definisce Venuti. Si tratta di un collage di sample della discografia di Mario Venuti, una sfilza di “Perché” (che è ovviamente il titolo del brano) con frammenti musicali orchestrali del “Concerto all’aperto”, di Ghedini.

La realtà irrompe impetuosa con la traccia successiva, “Ventre della città”, il singolo che ha anticipato l’album , un affresco a tratti pasoliniano delle periferie delle moderne città. Un gioiello pop.

C’è spazio anche per una canzone in dialetto siciliano. In “Passau ‘a cannalora” si viene catapultati nella suggestiva processione della Santa patrona di Catania, Sant’Agata (dalla quale Venuti aveva tratto ispirazione in passato per un brano che possiamo definire un’opera rock, “La festa di Sant’Agata su Marte”). Un’invocazione alla Santa bambina che si avvale di tutta la forza del dialetto siciliano, che Bianconi, qui chiamato a cimentarsi con un dialetto completamente diverso dal suo, rende in maniera più che egregia.

“Arabian boys” ci porta ancora più a sud, “un reportage poetico dai luoghi caldi del pianeta” la definisce Venuti, una storia d’amore nata tra le barricate della Primavera Araba che si muove tra sonorità arabe e chitarre elettriche.

Ancora elettro-pop nella traccia successiva, “Tutto appare”, impreziosita dalla presenza di Alice e con tanto di citazione di ungarettiana memoria.

Il brano successivo è invece una cover, un adattamento in italiano di “Ashes of american flags”, dei Wilco, che nella versione di Venuti diventa “Ciao american dream”, e che riprende il tema di “Ventre della città”, quasi a mostrare i punti di contatto tra le periferie del mondo moderno.

Ancora suggestioni sicule nel penultimo brano dell’album, “Il banco di Disisa”, un brano in crescendo, che inizia piano e voce per arricchirsi via via con un crescendo di archi. Ancora una volta venuti utilizza un mito (lo aveva già fatto nel brano “Galatea”, contenuto in recidivo), per stigmatizzare vizi moderni, l’avidità in questo caso.

Il viaggio si conclude con “L’alba”, un vero e proprio inno alla speranza. Una classica ballata pop “alla Venuti”. Il brano vede la partecipazione del giovane cantautore palermitano Nicolò Carnesi.

Mario Venuti incontrerà il suo pubblico e racconterà “Il tramonto dell’occidente” in un “instore tour” in giro per l’Italia, l’appuntamento romano è fissato per il 29 settembre, alle 18.30, ne La Feltrinelli di Via Appia Nuova. Per il tour si dovrà aspettare il mese di novembre, quando Venuti, accompagnato dalla sua nuova band (Pier Paolo Latina alle tastiere, Filippo “Fifuz” Alessi alle percussioni, Antonio Moscato al basso, Donato Emma alla batteria e Luca Galeano alla chitarra) tornerà live con “Il tramonto dell’occidente in tour” e farà tappa all’Orion Club di Ciampino il 12 novembre.

Per conoscere in dettaglio i prossimi appuntamenti di Mario Venuti, vi rimandiamo al sito ufficiale dell’artista (www.mariovenuti.com) e al suo profilo FB.

 

Marco Medaglia – Roma Suona

 

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