Mario Venuti, l’ultimo romantico in direzione ostinata e contraria

I vecchietti hanno aperto il tavolino sul marciapiede e giocano a scopa, mentre in via Plebiscito si diffondono profumi di “arrusti e mangia”. Sulla strada cassette di fragoloni colorano di rosso furgoncini arrugginiti, tra il frecciare di centauri senza casco e autobus semivuoti bloccati da auto in seconda fila. E’ il cuore antico e popolare di Catania, San Cristoforo, quartiere “malfamato”, caotico, povero, degradato, in cui anziani abitanti convivono con giovani immigrati. Qui, a due passi da Castello Ursino, vive l'”ultimo dei romantici”. Non a caso, forse, ha scelto di stabilirsi in questa zona. Per ritrovare valori, sapori, emozioni, colori, miserie e bellezze di un mondo che va lentamente scomparendo.

L’ultimo romantico è Mario Venuti ed è anche il titolo del suo nuovo disco. Ma non aspettatevi mielose canzoni d’amore, L’ultimo romantico è “sturm und drang”, impeto e passione, romanticismo a volte un po’ sognante, a volte sconsolato e altre rabbioso e cinico. Un atto di accusa nei confronti di una società che sta uccidendo la fantasia e la bellezza. “Lascio ad altri l’onore di prendersi il primo posto, lascio ad altri il brivido di chi si inchina al potere”, canta in Non sarò. E ancora: “Sono l’ultimo romantico del mondo, non mi adeguo alla realtà… non voglio perdere il mio tempo ad ascoltare musica che vada bene a tutti, e a tutti costi allegra e orecchiabile”. In direzione ostinata e contraria, alla Fabrizio De André, fino a sventolare la bandiera dell’indipendenza in Terra di nessuno.
«Vivo in un mondo grigio che va in direzione contraria ai miei valori – spiega Mario Venuti – La musica è diventata un orpello, non ha più quei significati che aveva negli anni Sessanta. Oggi fare musica è da romantici».

Mario Venuti ha scelto la bellezza come unica compagna. E la insegue sin dai suoi primi album da solista. L’ultimo romantico, che uscirà l’8 maggio, è il suo Revolver (l’album in cui i Beatles spaziano nei generi), una sorta di compendio musicale di questa “recherche” artistica condotta in compagnia di Kaballà come autore dei testi di dieci delle dodici canzoni che lo compongono. Un intenso percorso musicale di contaminazione, sospeso tra tentazioni melodiche, richiami etnici, suggestioni liriche, melodramma, atmosfere visionarie e sane impennate blues, in equilibrio tra completezza formale e libertà. Vaporizza psichedelia, funky, rock, sinfonismo e reggae assieme a sfavillanti miraggi operistici e languori da camera, ottenendo una congettura pop che sa d’allucinazione indomita, del capriccio più solenne in circolazione. Sintomo di una maturazione artistica, di una creatività rara da trovare nell’era della musica per iPod e smartphone. «Inseguo da sempre l’idea di una canzone pop, sono cambiate le forme, ma il Pop è un’arte citazionista», commenta il quarantottenne musicista siracusano di nascita, catanese d’adozione.
E le forme sono davvero tante in questo album. L’iniziale Rosa porporina “marchiata” Kaballà e intrisa di esotismo orientale, che gli permette di allungare cordoni ombelicali da George Harrison a Battiato per arrivare attraverso Nusrat Fateh Ali Khan sino agli Xtc e Beck. Il rock-pop di Trasformazioni che riporta alle atmosfere del precedente disco Recidivo. L’amarezza per la deriva del Paese irrorata da vampe “disco” in Fammi il piacere: “Sui tacchi se ne sta l’Italia, che traballa sempre ma non cade mai…”. Il sinfonismo alla Umberto Bindi del singolo Quello che ci manca, il fantasma di Luigi Tenco che fa capolino tra divagazioni alla Radiohead in Non sarò io, il reggae di Con qualsiasi cosa, i Denovo che restano nel Dna, il divertissement alla Elton John in Rasoi, in cui si gioca tra il taglio dei peli superflui e quelli della spesa, lui ed il piano al centro della scena, nel cono di luce, nella title-track. «Per me il piano era un territorio sconosciuto – sorride – Per me, abituato a comporre alla chitarra, è stata la scoperta di territori da esplorare. E’ uno strumento che mi consente di trovare nuove soluzioni».

E’ il Venuti infatuato dal mondo classico. Che sfoggia con orgoglio l’opera omnia di Bach sul pianoforte nel salotto di casa. Che insegue Don Giovanni tra postriboli e sagrestie in Là ci darem la mano. «E’ l’anticamera dell’opera che avevo in mente di scrivere per il Teatro Bellini quando mi era stata commissionata dall’allora sovrintendente Antonio Fiumefreddo – spiega – Un’opera sull’Eros, dionisiaca come il Don Giovanni. Chissà forse un giorno riuscirò a portarla a termine».
O ancora la sacralità di un coro religioso (registrato nella Cappella Bonajuto) che si coniuga con l’inno goliardico del “Gaudeamos”. Perché L’ultimo romantico è sì un atto di denuncia, ma è anche una dichiarazione d’amore alla vita, con la voglia di goderla fino alla fine del mondo, magari venendo faustianamente a patti con il diavolo, con spensieratezza e un po’ di trasgressione.
L’ultimo romantico conferma Mario Venuti autore démodé e moderno nello stesso tempo, capace di confezionare canzoni melodicamente ricche, arrangiate superbamente e cantate con sapienza vocale, senza mai alcun cedimento di tensione. Perché “non sarò io a cercare sempre l’applauso facile, ad illudervi, a deludervi, non sarò io”.

Sabato 28 Aprile 2012 La Sicilia
Giuseppe Attardi

Scarica e leggi La-Sicilia-28-4-2012

 

 

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