FaceMagazine.it Intervista a Mario Venuti

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MARIO VENUTI: IL TRAMONTO DELL’OCCIDENTE
Un cantautore raffinato e intenso. Ed ora un nuovo, atteso, album. Che ci presenta in questa intervista. Il nostro incontro con Mario Venuti.

[FaceMagazine.it – Di Daniele Pratolini – 15 ottobre 2014]

Quando un cantautore come Mario Venuti torna sulla scena, la cosa non passa inosservata. Perché lui, da siciliano DOC, sempre fedele alle sue origini, irrompe, spariglia e confonde. Per poi suggerire una via d’uscita. Questo è anche il leitmotiv del suo ultimo album, che canta le incertezze e la precarietà dei nostri tempi e guarda alla veracità delle periferie – fisiche e mentali – dell’uomo contemporaneo.
Il titolo è evocativo: Il Tramonto dell’Occidente ma lo stesso Venuti ci tiene a precisare: “Nessun catastrofismo, anzi nuovi stimoli per ripensare il nostro modo di vivere e i nostri valori”. Un viaggio interamente scritto e musicato con Francesco Bianconi dei Baustelle e Kaballà, che in alcuni brani hanno prestato anche le loro voci.
Un disco che muove da tante collaborazioni: Franco Battiato, Alice, Giusy Ferreri e Nicolò Carnesi. Tutti hanno apportato un loro, personale, contributo.
Abbiamo incontrato Mario Venuti per saperne di più. E per ricevere in regalo una bellissima definizione sul concetto di “felicità”.

“Il tramonto dell’Occidente”, lo descrivi così: “Un viaggio dal tramonto delle nostre vecchie illusioni all’alba di una nuova consapevolezza”. Quale?
La dobbiamo trovare. E’ un tentativo di sostituire un pò la nostra scala di valori con qualcos’altro che ci possa tirar fuori da questo stato di spaesamento in cui ci troviamo adesso.

Ho ascoltato il tuo disco stanotte, mi è piaciuto un casino. A te è piaciuto?
(Ride, ndr) Mi sembra un buon lavoro. Certamente non è un disco basato sulle canzoni d’amore come il 95% della musica ricorrente. In questo disco cerco una strada nuova che consiste nel non riposare sugli allori o in cose già collaudate, ecco la cosa che più mi elettrizza e mi soddisfa è proprio l’accettazione del rischio che è per me questo disco.

“Ventre della città” contrappone l’umanità delle periferie a ciò che definisci “corruzione” del pensiero borghese. Oggi ha ancora senso parlare di contrapposizione tra “borghesia e proletariato”?
Certo questa è una definizione molto netta che sicuramente trova le sue sfumature, non è vero che il proletariato non sia corrotto dal pensiero borghese o da certi mezzi borghesi, una cosa è certa: nelle periferie rispetto ai tempi di Pasolini è cambiato tanto, ma mi sembra ancora di intravedere una certa purezza che non ritrovo nei quartieri borghesi e questo esercita un’attrazione su di me.

Recentemente parlando della tua città hai detto: “Nonostante non ci sia una lira in giro, Catania ha voglia di vivere e di uscire. Sembra assurdo, ma Catania ha ancora voglia di suonare”. Quando sento parlare di Catania e di musica mi viene in mente il nome di Francesco Virlinzi.
Io e Francesco ci conoscevamo sin da ragazzini e lui aveva una passione sviscerata per Bruce Sprigsteen che seguiva anche in giro per l’Europa e l’America nei suoi concerti, poi questo suo entusiasmo cominciò a manifestarsi nella voglia di fare qualcosa nel campo della musica e ci aiutò a gestire il fan club dei Denovo attorno all’87, del tipo che smistava le lettere delle ragazzine che ci arrivavano. (sorride, ndr) Ad un certo punto con la complicità della madre (ma contro la volontà del padre, che tutto voleva tranne che il figlio si occupasse di musica) a metter su in un piccolo garage la Cyclope muovendo i primi passi con le prime produzioni. Poi ci siamo ritrovati agli inizi degli anni ’90 quando l’esperienza con i Denovo era conclusa e lui aveva già aperto l’etichetta e abbiamo cominciato a collaborare. Abbiamo condiviso tante passioni. Era un tipo di talent scout e di imprenditore della musica molto particolare e innovativo nel modo di gestire le cose, aveva una cultura diversa rispetto agli altri produttori italiani e questo lo portava a fare delle scelte coraggiose, a scegliere gli artisti diversi. Vide suonare Carmen Consoli quando aveva solo 15 anni e suonava le canzoni di Aretha Franklin e cominciò ad allevarla, a farla crescere.

Cosa pensi dei talent?
Per la loro stessa natura tendono ad essere dei tritacarne che sfruttano e poi buttano via gli artisti che vi partecipano. Poi la sfida è per quelli che hanno la forza, la possibilità e anche la capacità manageriale di sopravvivere all’anno in cui vengono portati così in palmo di mano attraverso la tv con tanto di coreografie di Tommassini, ma poi dopo devono sopravvivere a tutto quel momento.

Perché chi cerca la verità la ordina nei bar?
Perchè nei bar condensiamo spesso la nostra ricerca di risposte, magari attraverso la convivialità alcolica.

Un po’ di tempo fa cantavi: “La felicità si racconta sempre male perchè non ha parole, si consuma mentre se ne va”. Secondo te se la felicità avesse un posto in cui andare dove andrebbe?
La felicità è sempre in viaggio, diciamo che è una scoperta, diventa sempre il luogo che non conosciamo.

[Leggi intervista completa su FaceMagazine.it]

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