Blow Up Magazine. Poetry & Songwriting. Recensione del disco.

Da Blow Up Ottobre 2014

Spira in questo disco la brezza piacevole e leggera dello stato di grazia creativo. Intendiamoci le canzoni si misurano con temi importanti e la tematica del Tramonto dell’Occidente è pienamente rintracciabile lungo il filo conduttore di un atteggiamento profondo e meditativo; comunque tutto è lieve, divertito, c’è un’aura di energia fra le note e invita l’ascoltatore ad avventurarsi fra le trame di un’opera tutt’altro che semplice, eppure estremamente piacevole e accattivante.

Devono essersi divertiti molto Mario Venuti, Francesco Bianconi e Kaballà a scrivere questo repertorio.
Il risultato rispecchia la penna, l’intelligenza e l’emotività di tre bravissimi autori che nell’arco di dieci canzoni (tra le quali una cover dei Wilco) e uno scherzo dadaista non incorrono un un solo autocompiacimento, in una sola sbavatura.
Deve avere regnato piena armonia durante il lavoro di scrittura e in sala di incisione e davvero il risultato finale è l’incontro fecondo di tre menti e tre cuori che amano trattarsi con complicità e rispetto.

Fanno un figurone anche gli ospiti: Franco Battiato, Alice, Giusy Ferreri e Nicolò Carnesi. Ed è grande occasione anche l’evento legato alla pubblicazione dell’album: quest’anno Venuti festeggia i 20 anni di una carriera solista che risale al 1994, cui risale la pubblicazione del suo primo album.

La scaletta si apre alla grande con la splendida Il Tramonto che pronuncia versi capaci di mirare al centro (ogni impero si conclude senza rulli di tambuto / solo ruberie volgarità). Poi Ite Missa Est, straordinaria e diretta, ancora parole memorabili (qualcuno legge le statistiche del tasso di felicità / siamo lieti di annunciare il diluvio universale), stop & go che tolgono il fiato, la voce di Giusy Ferreri, sacerdotessa di apocalissi prossime venture.
Meravigliosa è anche I Capolavori di Beethoven, commovente cameo di Franco Battiato (Perchè i capolavori di Beethoven non erano l’ardore dei vent’anni, non erano il segnale del Divino, ma il primo dono della sordità), come non lascia adito a dubbi il singolo apripista Ventre della Città, che è rock d’autore come pochi si riesce ad ascoltare oggi in Italia.
Ed è poi la volta della poesia Passau la Cannalora, testo vernacolare, melodia sognante, riuscitissimo intervento vocale di Francesco Bianconi: un brano che riconduce direttamente alla bellezza di una Stranizza D’Amuri, ma ha pure il romanticismo di quel gioiello sommerso che è Pietre Lavica di Kaballà.
Arabian Boys si sposta ancora più a sud e più ad oriente, ancora Battiato in filigrana, ancora immagini da colpo al cuore (era petrolio e gelsomino a profumare quella primavera araba ed ogni amore che sbocciò aveva fame di catastrofe).

Tutto Appare è anch’essa appassionata denuncia sociale (niente esiste / tutto appare / c’è quello che non c’è e nulla è com’è) e la voce di Alice aggiunge un ulteriore tocco di pathos per uno dei vertici assoluti del disco. Ciao American Dream allude alla svendita delle illusioni e l’io narrante vorrebbe non svegliarsi o riavere indietro i propri desideri, per non morire più.
Poi un altro momento di epico lirismo, Il Banco di Disisa, l’orchestra che tesse trame innamorate, un interpretazione vocale da brividi, emozioni su emozioni.
Il disco si conclude con la robusta L’Alba, con l’ottimo intervento vocale da parte del talento in continua crescita di Nicolò Carnesi.
Un disco destinato a lasciare il segno.

Piergiorgio Pardo

 

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